Ci sono alcune cose che proprio non riesco a digerire.

La musica italiana contemporanea che esce dai contest, urlata e mai troppo significativa; le cicciole e tutte le cose un po’ troppo grasse, il fatto di non essere una silfide non inganni; un brutto voto delle figlie, se credo (e spesso non è così) non abbiano dato il cento per cento.

Non riesco a digerire le umiliazioni in genere, da permaloso ed orgoglioso vorrei uscirne sempre a testa alta e, anche pur pestato a dovere, fra due ali di avversari che vincono, sì, ma non mi ammazzano (sportivamente parlando).

Non riesco a digerire la fitta sassaiola di troppe ingiurie, ancorché comprendendone le cause. Mi aggrapperei volentieri ad una folta capigliatura, che non ho più, per sentirmi vivo e differente. Differente.

Non riesco a digerire i presuntuosi, quelli che ‘io, io, io’ poi qualcosa va male e parte il mantra: ‘ma non toccava a te? Fin ché zero lì mì, l’era tut’a post’

Non riesco a digerire l’Udinese degli ultimi centocinquanta incontri.

Quest’Udinese.

No: non dico che la dirigenza sia incapace né che mister o giocatori siano delle pippe. Io non sono nessuno: ma come dicevo qualche tempo fa anch’io, che appunto sono nessuno, meriterei qualcosa di più.

Più di una squadra senza capo né coda: che entra in campo dominando, non segna nemmeno a pagare oro il bravo Provedel (ennesimo virgulto della porta regionale): il quale appunto para tutto quel che c’è da parare e forse anche di più.

Più di qualche scusa balbettata sul calendario durissimo, dopodiché ci ricordiamo che due scontri-salvezza su tre li abbiamo perduti, dominando la gara ma concretizzando zero-via-zero.

Ho cercato disperatamente di capire, fra ieri e oggi, quello che (per personali limiti spiegati poco sopra) non riesco proprio a comprendere: c’è chi mi dice che la difesa a tre rende male e quella a quattro invece era insuperabile; chi cerca di convincermi che la causa è l’esclusione di Scuffet (ma davvero pensate che sarebbe cambiato qualcosa? E che il secondo gol sia causa dell’argentino? Suvvia…); tralascio i complotti interni, le ingerenze teoriche e improbabili (nel senso di impossibili da verificare) e le cavallette.

Confusione. O la lucidità della rassegnazione ad un altro anno mediocre, forse (lo dico con la morte nel cuore) quello giusto?

Ho ritenuto decisione necessaria non scrivere a caldo dopo una gara persa, come a Bologna, dopo aver sterilmente dominato. Avviso ai lettori di statistiche: il Milan domenica scorsa ha espugnato la Dacia non perché ha prevalso nei numeri, ma perché al 97’ Romagnoli ci ha creduto fino in fondo e ha sfruttato la depressione caspica di una squadra che ormai par non credere in Giulio. E al Castellani i boys di Julio hanno tirato 248 volte in porta ma alla fine l’Empoli ci ha agganciato.

Perché Eupalla è capricciosa e ne vanno guadagnati rispetto e favore. Iachini (non un pirla) è stato per me un allenatore tutto sommato dimenticabile: ma al netto dei primi dieci minuti di sbandamento dei suoi ha tenuto un catenaccio d’altri tempi. Autobus col trentuno barrato davanti al limite dei sedici metri, ché tanto di fronte un errore prima o poi la biancanera l’avrebbe commesso.

Taac.

Ieri i toscani hanno prevalso solo per l’ineffabile tendenza udinese a sparare palloni a salve; con Andreazzoli giocavano un calcio bellissimo ma infruttuoso, con Beppe saranno barricate: e di fronte non ogni domenica l’Udinese, purtroppo per loro.

Pensiamo a noi, anche alla luce delle riflessioni di Daniele Pradé dalle frequenze della televisione di casa.

Merita il salmantino di esser cacciato? Lo meritavano i suoi predecessori? Soprattutto chi sarà il prossimo?

Uomo, il trentasettenne. Ma le dichiarazioni di ieri mostrano la nulla esperienza a gestire situazioni del genere in un campionato così complicato come il nostro. Perdere così uno scontro diretto, e trincerarsi dietro lo sfavorevole fattore campo significa consegnarsi a braccia abbassate alle cretiche le più feroci. Che, mi pare, ormai provengano anche dalle opinionistiche fila un tempo amiche.

Ciao, Julio. Non è ufficiale ma quasi, e mi mancherai: perché in quel mese di tiki taka mi avevi quasi convinto che qualcosa era veramente cambiato. Pradé dice che domani si decide, e le possibilità che Velàzquez debba far le valigie sono concrete. Resta il dubbio di vedere chi sceglieranno.

Ma io quasi me lo sento, Velàzquez, mentre canta Cocciante: ‘gli lascio il posto mio. Povero diavolo, che pena mi fa!

A me fa pena chi, come il sottoscritto, tiene talmente alle due strisce bianche e nere alternate (fregandosene di chi comandi) da continuare a crederci. A crederci.

Basta la salute. Me ne vado a lavar i panni in Asia, ci sentiremo. Sayonara.

Sezione: Primo Piano / Data: Mar 13 novembre 2018 alle 07:45
Autore: Franco Canciani
vedi letture
Print