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E vittoria fu. Per l’Udinese, non per il calcio delle famiglie

di Franco Canciani
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E vittoria fu. Primi tre punti per un’Udinese nuova, almeno nella seconda parte di gara, e diversa da quanto visto per tanto (troppo) tempo.

Non so come andrà: certo però che il tasso tecnico dei bianconeri, fino all’anno scorso decisamente modesto, si è evoluto in maniera perentoria. ‘Squadra muscolare’, la chiamavano gli avversari prima di affrontare i friulani, per non dire che tolto De Paul e poco d’altro si tendeva a metterla sul fisico più che sul tocco.

La giubilazione, forse prematura, di Pussetto aveva ulteriormente impoverito il livello friulano, portando la squadra a rischiare (ma mai realmente, siamo onesti) la ghirba; il mercato di quest’anno, lungo complicato senza soldi, ha visto l’approdo all’Udinese di Pereyra, cavallo di ritorno; di Paul Makengo; di Deulofeu ed Arslan, reduci da seri infortuni ma giocatori di classe indiscussa (uno) e gran temperamento (l’altro); di Pussetto, che dopo aver saggiato i seggiolini del Vicarage torna a casa. Aspettando Molina, laterale di gran personalità.

E ieri si è sentito: l’apporto in costruzione di Roberto Pereyra, l’entusiasmo ma anche la buona disposizione tecnica e tattica di Makengo, la rete decisiva di Nacho che sposta gli equilibri di una gara messasi su binari di parità ma che pari, sul gioco, non è mai stata. Straordinariamente in alto mare l’organizzazione del coach ex-Lecce, che invoca le assenze-COVID ma secondo me c’è di più. L’idea di gioco, sparagnina ma efficace, di D’Aversa sembra lontana: Liverani avrà tempo, non infinito, per evitare che la sua squadra scivoli verso posizioni impantanate e pericolose.

Quelle dalle quali l’Udinese deve cercare di uscire al più presto: i punti persi a Verona e soprattutto nella nefanda gara contro lo Spezia di Italiano urlano vendetta ma non ci si può tornare sopra; l’importante è che l’Udinese trovi equilibrio, si inseriscano i nuovi arrivi ché riescano ad elevare il livello del gioco bianconero.

Il problema più grande, ieri, e mi duole dirlo di un professionista serio ed umile, è stato il portiere. Nicolas ha mostrato la corda in entrambe le reti; se nel primo la deviazione di Samir lo ha messo in difficoltà (ma ci sarebbe potuto arrivare), nel pareggio di Karamoh galleggia nella sua area di porta come un pesciolino nella bolla, mettendo in crisi i difensori davanti a sé che si pèrdono il numero 10 avversario nel più facile dei tap-in. Certo: Ouwejan ed i centrali non lo aiutano, ma la palla di Pezzella, per nulla velenosa, doveva essere sua in presa o respinta.

Cosa farei? Non lo so, forse quello che farà Gotti: contro la Viola lo rischiererà, per non bruciare definitivamente il giocatore. In attesa che Giovannino Musso torni disponibile, dato che (pare) di dare una chance a Scuffet non si parla nemmeno.

Tre punti, bravi tutti ma altre cose mi perplimono.

Dalla lista convocati alla distinta di giocatori schierabili, mezza dozzina di bianconeri è sparita misteriosamente. Dato il momento che viviamo pare chiaro pensare a ‘quella cosa lì’, ma di ufficiale non vi è nulla. Solo un pensiero ed un sospetto.

Resto ancora più perplesso dalla decisione governativa di limitare gli ‘sport di contatto’ (definizione che appartiene alle Gazzette Ufficiali ed ai DiPiCiEmme, non allo sport giocato). Limitarli sì, ma solo da un certo livello in giù. Capisco che i professionisti del calcio effettuino controlli ogni settimana, ciò non toglie che finché i campionati non si disputeranno in ‘bolle’ tipo NBA i rischi saranno i medesimi. Pagano le famiglie, i ragazzi cui togliamo il pallone, i calciatori del dopocena che trovavano in quelle due ore un momento di ‘scarico’ da giornate pesanti. Lassù dicono ‘sport e salute’: io direi ‘sport è salute’. Anche per noi, più che per quelli che guadagnano in un giorno il nostro stipendio annuale.

Capisco che si siano fatte delle dolorose scelte: ce le facciamo andare bene, sperando siano efficaci e temporanee. Ci sono cose, però, che non sopporto più di sentire dire e me lo perdonerete.

Tipo ‘dipende da voi’, come se il progredire del contagio sia dovuto solo a schiere di persone che fanno i trenini fra Riva Bartolini e Piazza Vittorio dopo le ventitré. Forse sarà anche per questo, ma prima ci convinciamo che con tutta probabilità il virus diventerà endemico, prima concluderemo il processo di comprensione. Esprimo un’opinione personale, ovvio; ma oggi i nostri medici sanno di cosa si tratta; e se verranno messi nelle condizioni di curare i propri assistiti, i contagi si spargeranno ma gli asintomatici ed i paucisintomatici svuoteranno ancor di più le terapie intensive.

Sì. Sono triste. Sono depresso ché il mio lavoro ha ìnsito il viaggio e questo esercizio mi è, ovviamente, interdetto; sono avvilito da una situazione che non cambia, e qualcuno vorrebbe fermare il calcio ‘ché la scuola è più importante’ come fosse l’istruzione a mantenere le società pedatorie e non forse viceversa.

Odio l’ipocrisia. E non volendo apparire come tale, chiudo togliendomi il liso cappellaccio di fronte al mercato dell’Udinese Calcio essepià. L’avevo promesso, mantengo l’impegno. Esentandomi, però, dall’esporre striscioni di apprezzamento alle inferriate del glorioso ‘Friuli’: questo, perdonatemi, è troppo anche per me.

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