Italia, un fallimento che viene da lontano: e ora anche l'Udinese deve fare la sua parte per cambiare
Tre Mondiali consecutivi saltati. Basterebbe questo dato per raccontare tutto. Ma sarebbe troppo semplice. Perché la sconfitta contro la Bosnia non è solo una partita persa: è la fotografia impietosa di un sistema che da anni non funziona. Non è un problema di un allenatore. Non è solo colpa di Gattuso. È il fallimento del calcio italiano nel suo insieme. Perché questa Italia, ancora una volta, è apparsa fragile, prevedibile, incapace di reggere il peso della partita più importante. E quando il livello si alza, quando serve personalità, qualità e coraggio, emergono tutti i limiti. Tecnici, mentali, strutturali.
Il problema non è (solo) la Nazionale. La verità è che il problema nasce molto prima. Nasce dai settori giovanili, dalla mancanza di identità, da un sistema che non produce abbastanza talento italiano pronto per il grande salto. E nasce anche da infrastrutture spesso inadeguate. Lo ha detto chiaramente anche il presidente UEFA Aleksander Čeferin: l’Italia è rimasta indietro. Stadi vecchi, centri sportivi non all’altezza, poca visione. Eppure, esempi virtuosi esistono.
Udine, un modello (a metà)
Udine, da questo punto di vista, è un’eccezione. Il Bluenergy Stadium è uno degli impianti più moderni e funzionali della Serie A. Non è un caso che proprio qui si sia giocata la finale di Supercoppa UEFA tra PSG e Tottenham: un riconoscimento internazionale che certifica la qualità delle infrastrutture. Anche il centro sportivo è un’eccellenza. Organizzazione, strutture, visione: l’Udinese, su questo piano, è avanti.
Ma il calcio non si costruisce solo con gli stadi. E qui emerge il vero punto critico. L’Udinese, storicamente, è una società che ha fatto della globalizzazione il proprio punto di forza. Scouting internazionale, talenti pescati in tutto il mondo, valorizzati e lanciati verso i top club. Una filosofia vincente, che ha portato in Friuli campioni come De Paul e Molina, che in. Qatar hanno sollevato poi la Coppa del Mondo.
Ma sugli italiani, il discorso cambia. Il settore giovanile bianconero negli ultimi anni ha faticato a produrre giocatori pronti per la prima squadra. A parte l’ottima tradizione legata ai portieri – Scuffet, Meret, Perisan – il salto verso il professionismo resta complicato. Qualcosa si muove, è vero: il lavoro sul territorio sotto la guida di Angelo Trevisan sta dando segnali, come dimostrato dal playoff U17. Ma non basta. La Primavera, retrocessa e oggi altalenante in Primavera 2, è lo specchio di un percorso ancora incompleto.
E la domanda resta sempre la stessa: quanti di questi giovani arrivano davvero in prima squadra? Talenti da costruire, non solo da scoprire. Pafundi e Palma sono due esempi. Due talenti, oggi in prestito alla Sampdoria, che rappresentano un patrimonio per il futuro. Così come Nunziante, investimento importante tra i pali, prelevato dal Benevento e che può essere il post Okoye. E poi Bertola, uno dei pochi giovani italiani arrivati e subito pronti, con prospettive anche azzurre, e Zanoli, esterno italiano di talento e frenato sto anno dal grave infortunio al ginocchio Segnali, sì. Ma ancora troppo pochi.
L’Udinese ha dimostrato di saper valorizzare i giovani meglio di chiunque altro. Ma deve farlo anche con gli italiani. Con più convinzione, più continuità, più coraggio. Perché il sistema ne ha bisogno.
E poi ci sono i paradossi. Come quello di Nicolò Zaniolo: rilanciato a Udine, protagonista per rendimento e atteggiamento, ma escluso dalla Nazionale proprio nel momento decisivo. Una scelta che pesa. Perché in una partita come quella di Zenica, uno con le sue caratteristiche – fisicità, tecnica, personalità – avrebbe potuto fare la differenza. Ma anche questo è un segnale: spesso si scelgono equilibri interni invece che il merito. E alla fine il conto arriva.
Ripartire (davvero). Il fallimento della Nazionale non è casuale. È il risultato di anni di scelte sbagliate, di una filiera che si è interrotta, di un sistema che ha perso centralità e identità. Servono infrastrutture, certo. Servono idee. Ma soprattutto servono giocatori. E qui club come l’Udinese possono e devono fare la loro parte. Continuare a investire, sì. Ma anche credere di più nei giovani italiani, dare loro spazio, responsabilità, minuti veri. Perché se è vero che l’Udinese sa scoprire talenti nel mondo, ora deve contribuire anche a costruirli in casa. Solo così il calcio italiano potrà tornare a essere competitivo. Solo così, forse, potremo smettere di guardare il Mondiale da casa.