Apu Udine, Final Eight punto di partenza e non di arrivo. Brescia più forte ma il percorso è appena iniziato
Come si legge una sconfitta nei quarti di finale di Coppa Italia? La risposta sta nel punto di partenza. E quello dell’Apu Old Wild West Udine è un punto di partenza che affonda le radici nella Serie D, in un cammino costruito stagione dopo stagione senza mai acquistare un diritto sportivo, ma conquistando ogni categoria sul campo.
Per questo, al termine della gara contro Brescia, le parole del presidente Alessandro Pedone hanno avuto il peso della lucidità: "Godiamoci il percorso che abbiamo fatto, siamo arrivati fin qua che è già un grande traguardo. Dobbiamo essere soddisfatti, sicuramente è un passo in avanti per noi. Questa è una kermesse meravigliosa, vogliamo consolidarci a questo livello".
All’Inalpi Arena, nel cuore della Frecciarossa Final Eight, Udine ha toccato con mano cosa significhi misurarsi stabilmente con l’élite del basket italiano. E ha capito, allo stesso tempo, che per restare lassù servirà ancora un salto di qualità.
La partita contro Pallacanestro Brescia, prima finalista come già accaduto nella passata stagione e in quattro delle ultime cinque edizioni, è stata a lungo nelle mani dei lombardi. L’approccio friulano non è stato all’altezza . Della Valle ha aperto le danze con un gioco da tre punti, poi ha colpito in transizione costringendo Vertemati al primo timeout già sul 12-4. Udine ha sofferto l’aggressività difensiva e la fisicità di Ndour e Burnell, chiudendo il primo quarto sotto 23-11 con percentuali impietose.
Nel secondo periodo è stato Andrea Calzavara a tenere in vita i bianconeri. Con personalità e coraggio ha guidato un parziale che ha riportato l’APU fino al -5, riaccendendo la partita e dando la sensazione che l’inerzia potesse cambiare. Ma Brescia ha risposto con maturità, sfruttando la qualità di Della Valle e la presenza di Ndour nel pitturato. All’intervallo lungo il tabellone diceva 43-32, uno scarto importante ma non ancora definitivo.
Il terzo quarto ha invece segnato lo strappo vero. Brescia ha allungato fino al +21, approfittando delle difficoltà offensive friulane e di una circolazione di palla troppo statica. In quel momento la partita sembrava indirizzata senza appello, con Della Valle capace di colpire anche sulla sirena del periodo per il 68-49.
Eppure l’APU non si è sciolta. Nel quarto finale, quando tutto lasciava presagire una gestione tranquilla per la Germani, Udine ha trovato un moto d’orgoglio. Alibegovic, fino a quel momento frenato, ha acceso la scintilla. Mekowulu ha lottato sotto canestro, Calzavara ha continuato a prendersi responsabilità. In pochi minuti il divario si è assottigliato fino al -8, con Brescia improvvisamente nervosa e meno lucida. L’assenza di Ivanovic si è fatta sentire nella gestione dei possessi decisivi. Ma le due stoppate di Ndour hanno chiuso definitivamente la porta a qualsiasi sogno di rimonta. Il 78-64 finale racconta una sconfitta netta nel punteggio, ma meno scontata nella dinamica.
Allora come si deve leggere questa partita? Con equilibrio. Udine ha pagato un primo quarto troppo timido e un terzo periodo in cui l’inerzia è scivolata via. Ma ha anche dimostrato di poter reagire, di non accettare passivamente il copione, di avere dentro qualcosa che va oltre il semplice entusiasmo da neopromossa.
Essere tra le prime otto d’Italia, pochi mesi dopo il ritorno in Serie A, non era scritto. E non era nemmeno richiesto. L’obiettivo dichiarato resta la salvezza, la comprensione di un campionato di livello altissimo, l’assestamento in un contesto dove fisicità, talento ed esperienza si alzano drasticamente rispetto all’A2. In questo senso, la Final Eight è già un patrimonio acquisito, un’esperienza che sedimenta e che può diventare base per il futuro.
Pedone ha parlato di consolidamento. È la parola chiave. Restare a questo livello non sarà automatico. Servirà continuità, profondità, capacità di tenere alto il rendimento per quaranta minuti contro squadre abituate a giocare partite da dentro o fuori. Ma l’Apu è arrivata qui proprio perché non ha mai forzato i tempi, costruendo prima le fondamenta e poi alzando i piani.
Torino non è stato un punto di arrivo. È stato uno specchio. Udine ha visto quanto è cresciuta. E ha visto quanto può ancora crescere.