Udinese, Rossitto: "Zaniolo meritava l'Italia, pochi interpreti del suo livello in quel ruolo"
Fabio Rossitto, ex calciatore tra le altre dell’Udinese e ora allenatore, ha detto la sua sul momento in casa bianconera ai microfoni di TV12. Si parte con la novità nella sua carriera da tecnico: “A San Vito ho trovato una bella realtà, seria. Dobbiamo fare punti perché sono in zona retrocessione. Sono lì da tre settimane e mi trovo bene, ho trovato gente seria e ci tengo in maniera particolare a raggiungere la salvezza”.
Si poteva fare qualcosa in più in questa stagione?
“Può essere, però in questi due anni l’Udinese ha trovato la salvezza con largo anticipo. E’ una squadra che cresce e c’è uno staff importante che la sta portando a buoni livelli. Si può crescere ancora, ma c’è da fare i complimenti per la salvezza con 8 giornate d’anticipo”.
Cosa serve per fare il famoso step in più?
“Bisogna sognarlo e volerlo a tutti i costi. Deve partire dall’allenatore ma deve passare per i giocatori, che fin dal ritiro devono sempre alzare l’asticella non accontentandosi mai del risultato, devi essere convinto della tua forza. Lo step è mentale più che altro”.
Era da tanto che non rivedevi Dino Fava (collegato da remoto insieme a Rossitto ndr):
“Sì l’ho rivisto dopo tanto tempo e non lo riconoscevo più (ride ndr). E’ rimasto giovane, però ho avuto un esempio importante, perché il paròn Giampaolo Pozzo sembra sempre giovane, non so come faccia”.
Avresti convocato Zaniolo? Gattuso oggi ha spiegato la scelta dicendo di aver voluto dare fiducia al gruppo chiamato di solito:
“Non entro troppo nei discorsi sul gruppo, parlo più di qualità. A me sembra che Zaniolo sia cambiato da quando è a Udine, è maturato tanto, è un giocatore che sta dando tanto e in un modulo che non è troppo diverso da quello che farà l’Italia, in un ruolo dove non ci sono tantissimi interpreti del suo livello”.
In cosa è in difficoltà il calcio italiano?
“C’è un dibattito in corso. Prima si diceva che mancasse una cosa, poi si è detto che non si faceva abbastanza possesso… secondo me abbiamo dimenticato chi siamo. Giocavamo tante ore per strada e al parchetto. Dobbiamo cambiare mentalità e pensare che il pallone va toccato tanto. In Italia ci sono tanti sport in crescita, ma il calcio è in difficoltà, ma secondo me non è difficile capire il perché. Abbiamo chiuso poi la fantasia ai ragazzini, fino a 10/11 anni non c’era un allenatore, in parrocchia le regole si facevano da solo. Si giocava col muro per i triangoli. Dovevi trovare le soluzioni da solo. Ora ci sono le scuole calcio, i tecnici, fin da subito sei instradato, di talento ce n’è tanto in giro, ma c’è troppa psicopatia nell’allenamento dei giovani. Ci manca pure che tolgano la palla nei 10 minuti in cui si gioca in allenamento. Noi toccavamo la palla otto ore al giorno, bisogna lasciare che i ragazzi tocchino la palla, che cerchino il dribbling, l’uno contro uno, all’estero in questo sono molto più bravi, noi cerchiamo sempre i due tocchi e siamo diventati un ibrido che non ha un’identità”.
Fava ricorda quando salvò la panchina a Spalletti ma il mister non vuole sentirselo dire:
"Ammetto che non ricordo ma è realistico, Luciano è focoso e permaloso (ride ndr). Ricordo questo, eravamo in ritiro, ero in camera con Muzzi e Sottil. Da sera, mentre si rideva, si fece notte. Sentiamo bussare. Guardiamo, sono le 3 di notte, andai alla fine io ad aprire. C'era Spalletti in maglietta e mutande, incavolato nero perché facevamo casino. Ci disse di fare piano perché eravamo di fianco. Ci vergognammo, avevamo detto di tutto e lui aveva sentito".