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L’Italia dei giovani vince, quella dei grandi no: Udinese, puntare sul talento nostrano si può

di Stefano Pontoni

C’è un dato che dovrebbe far riflettere tutto il calcio italiano. Per trovare l’ultima partita della Nazionale in una fase a eliminazione diretta di un Mondiale bisogna tornare alla notte più bella della nostra storia recente: il 9 luglio 2006, Berlino, Italia campione del mondo. Da allora gli Azzurri non hanno più superato una fase a gironi e, fatto ancora più clamoroso, hanno mancato la qualificazione alle edizioni del 2018, 2022 e 2026.

Eppure, mentre la Nazionale maggiore continua a collezionare delusioni, le rappresentative giovanili azzurre hanno vissuto uno dei periodi più vincenti della loro storia. L’ultimo successo è arrivato proprio in questi giorni a Tallinn, dove l’Italia Under 17 ha conquistato il Campionato Europeo battendo il Belgio ai calci di rigore dopo una finale spettacolare. Un altro tassello di un percorso impressionante. Dal 2018 a oggi l’Under 17 ha raggiunto quattro finali europee, vincendone due. Nel 2024 aveva già alzato il trofeo superando il Portogallo con un netto 3-0 trascinata da Francesco Camarda.

Non è un caso isolato. Nel 2023 l’Under 19 conquistò il titolo europeo battendo ancora il Portogallo nella finale di Malta grazie al gol decisivo di Michael Kayode. Nello stesso anno l’Under 20 guidata da Carmine Nunziata arrivò fino alla finale del Mondiale in Argentina, arrendendosi soltanto all’Uruguay. Il bilancio degli ultimi dieci anni parla di otto finali internazionali disputate dalle selezioni Under 17, Under 19 e Under 20, con tre titoli conquistati. Numeri che raccontano una realtà molto diversa da quella della Nazionale maggiore.

La domanda nasce spontanea: dove si interrompe il percorso? Perché i giovani italiani vincono, convincono e mostrano talento, mentre una volta arrivati nel calcio dei grandi faticano a trovare spazio e continuità? La risposta non può essere soltanto tecnica. È soprattutto culturale. Nel nostro calcio si continua spesso a preferire l’usato sicuro, il giocatore già formato, il profilo straniero, mentre i giovani italiani trovano sempre meno spazio per sbagliare, crescere e maturare. In questo dibattito entra inevitabilmente anche l’Udinese. Per anni il club friulano è stato indicato come uno dei migliori esempi europei nella valorizzazione dei giovani talenti. Il problema, semmai, è che la maggior parte di questi talenti arrivava dall’estero.

Una strategia che ha funzionato e continua a funzionare. Basta guardare ai vari Sanchez, Asamoah, Cuadrado, De Paul, Molina, Musso, Samardzic, Solet o Atta. Ma oggi forse il momento storico suggerisce una riflessione ulteriore: perché non guardare con maggiore convinzione anche al mercato italiano? Qualcosa, in realtà, si è già mosso. La scorsa estate l’Udinese ha investito su giovani italiani di prospettiva come Nunziante e Bertola. Il primo viene considerato uno dei portieri più promettenti del panorama nazionale e rappresenta il futuro della porta bianconera. Il secondo, dopo essere stato uno dei migliori difensori della Serie B, ha dimostrato di poter stare tranquillamente in Serie A già nella sua stagione d’esordio. A loro si aggiungono due nomi da seguire con grande attenzione: Matteo Palma e Simone Pafundi. Entrambi rientrano da esperienze formative lontano da Udine e almeno inizialmente faranno parte del progetto tecnico della prossima stagione.

La verità è che italiani si può. E spesso si ottengono anche risultati importanti. Servono però coraggio, visione e la volontà di investire nel lungo periodo. Forse è proprio questa la lezione che il calcio italiano dovrebbe imparare dalle sue Nazionali giovanili. Il talento esiste. Bisogna soltanto avere la pazienza e il coraggio di farlo giocare. L’Udinese, che del talento ha fatto la propria ragione di vita, potrebbe essere uno dei club chiamati a raccogliere questa sfida.


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