Trieste, Matiasic: "La città avrà una squadra". Ma in che serie?
Dopo giorni di fermento nella città giuliana, il presidente della Pallacanestro Trieste Paul Matiasic risponde ad alcuni dei molti interrogativi riguardo il futuro della basket nel capoluogo regionale. Nel prossimo anno, assicura, la città avrà una squadra: non specifica se sarà la stessa attuale oppure in quale categoria, visti i rumors che raccontano della possibilità dell'acquisizione del titolo sportivo di una squadra di una serie inferiore. Per Matiasic, i problemi principali riguardano gli investimenti, che finora non hanno trovato l'appoggio dell'imprenditoria triestina. Risposte che, più che tranquillizzare i tifosi, alimentano le angosce e le preoccupazioni.
I cinque quesiti - che riportiamo integralmente - sono stati posti dal quotidiano Il Piccolo, al quale l'avvocato americano ha replicato in forma scritta senza la possibilità di un confronto vero e proprio.
Ritiene che il “sistema-città” (istituzioni, imprenditoria, tifoseria) abbia mantenuto le promesse di collaborazione fatte al vostro arrivo?
"Ho trovato molta collaborazione e affetto a Trieste, che ho ricambiato. In definitiva, tutti vogliono la stessa cosa, la sostenibilità economica. Abbiamo bussato instancabilmente a molte porte e molti imprenditori hanno risposto. Abbiamo anche ottenuto il sostegno della Regione, che è uno sponsor e un partner prezioso. Ma la struttura ha ancora bisogno di essere sostenuta da un main partner in grado di mettere a disposizione un budget primario, come avviene per la maggioranza dei team di Lega. Potreste voler commentare: storicamente è sempre stato così, quindi quale avrebbe potuto essere il catalizzatore del cambiamento? La risposta è evidente ed è sotto gli occhi di tutti: basta guardare il progetto che abbiamo costruito, non solo per l’autentico lavoro di radicamento nella comunità e per i programmi avviati, ma anche perché prevede una squadra altamente competitiva, costantemente presente in Coppa Italia e quest’anno in Europa dopo 20 anni. Ritenevamo che tutto questo potesse diventare un asset molto più attraente per grandi main sponsor, ma fin qui non lo è stato, e abbiamo lavorato molto per questo"
Quanto ha pesato nei vostri piani la scarsa risposta dei partner triestini? Senza nuovi capitali locali, siete disposti a coprire il budget interamente o il disimpegno diventa una conseguenza logica?
"Il disimpegno non è mai l’opzione attraente, al contrario, il mio obiettivo qui è trovare soluzioni. Sono impegnato a elevare l’ecosistema della pallacanestro in Italia e Trieste spicca come esempio di come questo sviluppo possa avvenire. L’entusiasmo è stato il risultato del duro lavoro di molti ed è anche una testimonianza dei nostri splendidi tifosi. È molto importante per tutti, inclusi media e opinione pubblica, esprimere giudizi solo dopo aver compreso la totalità di un progetto, e non soltanto frammenti di un’equazione più ampia. Ci sono alcune persone qui a Trieste che, con le loro ardite speculazioni e teorie infondate, stanno servendo gli interessi di altri. Mirano a incitare l’opinione pubblica e ad alimentare sentimenti negativi. È sbagliato. I tifosi non meritano il gioco di burattinai a cui stanno assistendo. Creare intenzionalmente e inutilmente un clima di preoccupazione e paura tra la nostra base di tifosi è dannoso non solo per la piazza e per la squadra, ma anche per le prospettive degli investitori in qualsiasi settore di questa città, e questo deve finire. Il mio impegno nel mettere Trieste su una traiettoria di sostenibilità sportiva e finanziaria non è mai venuto meno"
Può garantire oggi che Trieste sia la destinazione finale del vostro progetto sportivo e non un esperimento temporaneo in attesa di una piazza con un bacino d'utenza maggiore?
"Non investi oltre 15 milioni di euro in meno di tre anni in un esperimento. Li investi perché fai tutto il possibile affinché il progetto funzioni, e per molti versi ci è riuscito. Non dico nulla di nuovo quando sottolineo che gli investimenti dovrebbero essere sostenuti anche dagli stakeholder della comunità, e che il modello proprietario-sponsor, per sua natura, è di solito un modello a più breve termine, che ha il compito di creare una leva. La maggior parte degli imprenditori e investitori più accorti accetterà di sobbarcarsi da solo l’intero onere solo per un periodo limitato, per far partire il progetto e creare l’appetibilità per gli sponsor: questo non vuol dire disimpegnarsi, significa essere concreti, razionali e capaci di mantenere l’asset nel tempo. Trieste fa parte di un progetto sportivo e, a un certo punto, dovrà camminare con le proprie gambe per garantirne la sostenibilità. Sono un competitivo, con l’ambizione di avere successo dentro e fuori dal campo. Il lavoro che abbiamo svolto per valorizzare la città, riqualificare i campi, accompagnare i nostri giovani, coinvolgere in modo autentico la nostra comunità e investire milioni per offrire esperienze significative, gioiose e basket al massimo livello difficilmente può essere definito un esperimento"
Può smentire l’esistenza di business case o contatti esplorativi con gruppi pronti a sostenere il vostro ingresso a Roma con trasferimento di titolo sportivo?
"A oggi abbiamo cercato risorse solo su Trieste, lo facciamo da oltre due anni e non sono arrivate. Ho investito di più quest’anno con l’obiettivo di elevare ancora il Club, perché pensavo che in questo modo, con più ambizioni ed entusiasmo, potessero arrivare nuovi investimenti. Ma la realtà è che abbiamo raccolto, tra gli imprenditori locali, una cifra ben al di sotto di quanto necessario per essere competitivi ed eccellere ai massimi livelli del nostro campionato e in Europa. Da tre anni copro personalmente la sostanziale differenza finanziaria. Dobbiamo prendere atto che il meccanismo del proprietario-sponsor esclusivo non è né virtuoso né sostenibile; pensare il contrario significa andare contro ogni logica imprenditoriale. Le possibilità sono due: non avere il coraggio sognare e competere davvero (una squadra con minori ambizioni, un progetto di pura sopravvivenza) oppure cambiare il meccanismo e pensare fuori dagli schemi. Per me è antitetico limitarsi a “sopravvivere” nella pallacanestro, quello non dovrebbe mai essere l’obiettivo"
È la carenza di supporto a Trieste che vi sta spingendo concretamente a valutare Roma come unica via per la sostenibilità del vostro investimento?
"Non credo che le grandi aziende di Trieste non siano interessate alla pallacanestro. Credo che alcune di esse non abbiano visto la leva necessaria per investire nel basket, e indipendentemente da questo meritano rispetto. Io infatti ho il massimo rispetto per tutti gli imprenditori e penso che ogni imprenditore debba fare le proprie scelte, e questo vale anche per me. Tuttavia, qui manca la domanda più importante: cosa accadrà in futuro? È stato ipotizzato da alcuni, che sembrano intenzionati a creare allarmismo, forse per ottenere ascolti o attenzione, che in qualche modo Trieste non avrà una squadra il prossimo anno: semplicemente non è vero. La avrà".